Le “Indie di qua giù”: maschere, spine e alberi sposi. Un viaggio dentro la festa popolare
C’è un’immagine d’apertura che dà subito la misura del tono: nel Seicento, racconta il testo, alcuni missionari gesuiti inviati nelle campagne italiane restano spiazzati da riti e credenze che giudicano “pagani”, sopravvissuti grazie all’isolamento delle comunità rurali. Per descrivere quello choc culturale arrivano a chiamare l’Italia contadina “le Indie di qua giù”: un altrove che non è lontano nello spazio, ma nel modo di vivere, credere, festeggiare.
Da questa premessa nasce una domanda che attraversa tutto il documento: come interpretare davvero le feste popolari senza cadere né nella nostalgia del “paradiso perduto”, né nel disprezzo sbrigativo per la “superstizione”? La risposta proposta è netta: bisogna smettere di guardare la festa come un frammento pittoresco isolato e ricondurla alla vita quotidiana, ai rapporti sociali, al lavoro, alle ferite e alle speranze di chi la vive.
Palmi, San Rocco: la maschera e le spine
La prima tappa è Palmi, in Calabria, nel giorno di San Rocco. La scena ha due registri che convivono: da un lato i giganteschi pupazzi portati per strada (la Regina Bianca e il Re Moro, figure mitiche legate a racconti di fondazione e a passaggi culturali mediterranei); dall’altro il segno che concentra il senso della festa: la cappa di spine.
Gli “spinati”, oltre un centinaio ogni anno, sfilano per l’interminabile processione coperti da quelle spine come forma pubblica di adempimento: un debito di riconoscenza verso il santo, contratto attraverso un voto fatto in un momento di malattia, incidente, paura. Il testo fa parlare le persone: non teorie astratte, ma memorie di operazioni, cadute, figli e familiari “salvati” per intercessione; e la decisione di “vestirsi” e sopportare il dolore come prova.
Intorno a questo nucleo penitenziale, però, la festa non è mai solo preghiera: è anche mercato, contrattazione, dolci tradizionali con echi magici, incontri e scontri, cibo e baldoria. La dimensione sacra funziona come una cornice capace di includere tutto: il testo lo dice chiaramente, la “santità” copre e giustifica.
La processione ha poi un valore “politico” nel senso più concreto del termine: San Rocco, una volta l’anno, attraversa strade e piazze quasi a “prendere possesso” dei luoghi abitati, rinnovando un’investitura; e dentro questa mappa si distribuiscono ruoli, spesso ereditari, che segnalano prestigio familiare e appartenenze. È la festa come rappresentazione pubblica della comunità.
A tenere insieme il tempo sacro e la fatica ordinaria compaiono anche gli ex voto di cera (parti del corpo modellate e offerte): una catena visiva che collega il rito ai dolori e ai bisogni concreti, senza separare fede e vita materiale.
Folklore non come cartolina, ma come storia sociale
Il documento allarga poi lo sguardo: se vuoi capire queste pratiche, devi capire la condizione di chi le ha generate. E qui emerge un asse interpretativo forte: per secoli il mondo contadino e popolare è stato subalterno, condizionato dalle minoranze al potere, escluso dall’istruzione, segnato da povertà e dipendenza. Il “folklore”, in questa lettura, non è un semplice repertorio di colori locali: è il prodotto storico di una disuguaglianza sociale diventata diversità culturale.
Emblematica è la storia del fabbricante di pastori del presepio nei dintorni di Napoli: un talento per il disegno che, per necessità e mancanza di scuola, si trasforma in mestiere artigiano. Il testo legge questo racconto come simbolo di un destino collettivo: creatività forte, ma spesso compressa in forme minori perché “non c’erano le condizioni”.
Anche il tema dell’abbigliamento diventa documento sociale: nei presepi del Settecento colpisce la precisione dei costumi e il fatto che, fino all’Ottocento in molte regioni, leggi severe imponevano che gli abiti dichiarassero sempre l’origine di classe. La festa, quindi, non è mai neutra: porta addosso, letteralmente, una storia di confini e divieti.
Dopo l’esodo: cosa resta della festa?
Quando il testo arriva al presente, il paesaggio è quello dello spopolamento: paesi svuotati, figli emigrati in Italia e all’estero, agricoltura rifiutata perché troppo dura e poco redditizia. La modernizzazione (macchine, tecniche “modello”) aumenta la produttività ma spesso anche la solitudine dell’agricoltore. E soprattutto: la subalternità non scompare, cambia volto, perché molte decisioni sul territorio continuano ad arrivare “dall’alto” (infrastrutture, industrie, dighe, sovvenzioni), lasciando le comunità esposte e vulnerabili.
Da qui la domanda-chiave: le feste popolari sono un residuo sbiadito di miseria e umiliazione, oppure custodiscono un volto della storia che ancora ci riguarda? È su questo bivio che si apre la seconda grande sequenza.
Accettura: il matrimonio degli alberi
Siamo ad Accettura, in Lucania, nell’ultima settimana di maggio, per la festa in onore di San Giuliano: il celebre “matrimonio degli alberi”. Il rito mette in scena un’unione: il Maggio, tronco maschio alto e imponente trascinato dai massari (i contadini più ricchi), e la Cima, alberello femmina scelto e portato dai cimaioli (boscaioli, braccianti, piccoli mezzadri). Il testo esplicita l’origine: antiche credenze di fertilità, forze della natura immaginate come maschio e femmina, matrimonio come tecnica simbolica per stimolare l’abbondanza.
La fatica non è un “contorno”: è parte del rito. Trascinare un tronco lungo sentieri scoscesi è una dispersione di energie che diventa dimostrazione di virilità e “efficacia” magica; e intanto la festa irrompe nella vita ordinaria come parentesi di cibo, vino, canti, spreco regolato.
C’è anche un elemento prezioso per capire la funzione sociale della festa: la lite rituale. In un punto, i massari trasformano una discussione in scontro; è autentica e insieme incorniciata, perché una volta l’anno l’aggressività latente può scaricarsi senza lasciare rancori dopo. È un meccanismo di “sfogo” controllato che la comunità si concede.
La cristianizzazione non cancella il fondo arcaico, lo ricompone: processioni, immagini sacre, santi “necessari” alla riuscita del rito; e il testo suggerisce che dietro certe figure potrebbero affacciarsi divinità più antiche (pioggia, fertilità). Il risultato è un palinsesto, dove livelli diversi convivono.
Il passaggio più moderno, però, è questo: anche quando il nesso magico-agricolo non è più creduto davvero, la festa resiste perché produce riconoscimento. Serve a “riconoscersi nella società e nella storia” e, soprattutto, a ricucire la frattura dell’emigrazione: molti tornano apposta dall’estero, prendono ferie, perché sentono la festa “nel sangue”. Per alcuni, senza questa festa il paese sarebbe un deserto.
Nel finale il rito si fa spettacolo e prova: il Maggio diventa albero della cuccagna con premi; e compare la figura carismatica di Zizzillone, contadino acrobata che libera l’albero dalle corde e tenta la salita fino in cima: “re della festa” perché incarna un coraggio che nel resto dell’anno non ha spazio per essere visto e valorizzato.
Cosa dice, in fondo, questo testo
“La maschera e le spine” (già nel titolo) sono due facce di una stessa realtà: spettacolo e dolore, gioco e penitenza, eccedenza e debito, comunità e gerarchia. Ma il punto più forte non è l’esotismo: è il metodo. Il documento insiste che la festa popolare non si interpreta “da fuori”, e che la sua energia non sta solo nei simboli, ma nel modo in cui ridisegna per qualche ora i legami sociali, rende visibili i ruoli, permette sfoghi, ricompone partenze e ritorni, e dà una forma condivisa alla vulnerabilità.